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CUORE

Piper adorava studiare, adorava leggere e adorava conoscere. Adorava in particolar modo i classici, non c’era citazione che non conoscesse e che non tentasse di far apprezzare ai suoi amici (che il più delle volte avevano ben altri pensieri) o a chiunque mostrasse un briciolo di interesse per quelle letture. Per non risultare seriosa o fastidiosamente saccente (e soprattutto per non peccare di superbia) vestiva in modo eccentrico e si comportava, in alcune occasioni, rispecchiando lo stile esuberante del suo abbigliamento.
L’università, la conoscenza delle lingue antiche e la curiosità la portarono a vivere un incubo che superava di gran lunga la sua seppur fervida immaginazione.
Il suo corso di studi l’aveva condotta in un viaggio in Italia. Sostanzialmente si trattava di un lavoro di archivio in una vecchia biblioteca e di un’attività di archeologia in supporto ad un’equipe specializzata. Piper era emozionata, mentre presentava il biglietto all’aeroporto di Heathrow e si preparava ad imbarcarsi per la città eterna (o meglio, i suoi dintorni) aveva stampato in volto il sorriso più grande che la sua bocca potesse presentare. Nella sua mente stava realizzando il suo sogno più bello, avrebbe toccato con le sue mani i cocci di qualche vaso passato per le mani di chissà quale persona e non più toccato per migliaia di anni. Sarebbe stata una stretta di mano temporale, un contatto che attraversava i secoli e per volere di un misterioso disegno proprio lei sarebbe stata la prescelta.
Atterrò un paio di ore dopo e corse subito a sistemare le sue valige e a pernottare. Il mattino successivo si svegliò di buon’ora e si recò agli scavi seguendo il suo tutore che aveva accompagnato lei ed altri studenti. L’attività si sarebbe svolta prevalentemente nelle prime ore del mattino mentre nel pomeriggio si sarebbero spostati tutti per il lavoro di archivio. A Piper venne assegnata una piccola zolla di terreno nella quale scavare delicatamente. Il suo spazio era poco più di un metro quadrato e pareva non contenere altro che sassi e sabbia. Mentre alzava la polvere con il suo pennellino Piper continuava a sperare di rinvenire qualcosa e pregava tra sé e sé che accadesse presto. Avvolta nel torpore dei suoi pensieri non si accorse che il suo piccolo piccone aveva trovato resistenza. Poteva trattarsi di un sasso ma il rumore che aveva prodotto non era quello dello scontro tra il metallo e la pietra. Era diverso, più ovattato. Prese il pennellino e per qualche strano motivo non disse nulla a nessuno. Spolverando vide un panno quasi completamente decomposto che doveva essere stato nero prima che la polvere cambiasse il suo colore per sempre. Avvolta nel panno c’era una piccola boccia color ambra. All’interno si vedevano delle scritte latine. L’oggetto era qualcosa di bellissimo e straordinariamente complesso. L’incisione era stata fatta misteriosamente all’interno di esso e non c’erano segno di apertura. Se ai tempi dei romani ci fosse stata la possibilità di stampare con plastica di quel colore si sarebbe potuto pensare a una lavorazione di quel tipo ma ovviamente non era possibile. Quell’ambra, antica resina preistorica fossilizzatasi nei secoli, era un pezzo unico ed era inciso dall’interno. Piper lesse quelle incisioni e i suoi occhi iniziarono a ribaltarsi. Cadde all’indietro come in preda a una forte crisi epilettica e perse immediatamente conoscenza
Quando riaprì gli occhi era in una pozza d’acqua. Una pozza che sembrava più una piscina. Doveva essere una speciale maniera di soccorso dell’ospedale locale ma appena si guardò intorno vide che si trovava al centro di un cortiletto. Delle piante erano poste agli angoli e il cortile era circondato da quattro pareti ben intonacate e decorate. Si alzò in piedi e rabbrividì per il contatto dell’aria sulla pelle bagnata. La piccola piscina non era molto profonda e le bastò alzare la gamba di mezzo metro per issarsi fuori. Una volta uscita si guardò intorno. Chi era stato l’animo gentile che l’aveva accolta in quella dimora? Che cosa le era successo quando aveva letto l’incisione? Non riusciva a ricordarsi che cosa ci fosse scritto e si rassegnò sapendo perfettamente che il manufatto le era stato portato via. Il fondo della minuscola piscina era decorato con un mosaico che rappresentava una donna seduta in riva a un fiume. La qualità dell’opera era notevole e Piper si concentrò a guardarla. Un rumore di cocci la fece trasalire. Dietro di lei una ragazza aveva fatto cadere una brocca e stava scappando all’interno dell’abitazione. La cosa che lasciò Piper di stucco fu che la ragazza era vestita con una semplice tunica bianca e che gridava in latino.
Nel giro di pochi minuti intorno a lei, fradicia e infreddolita nella piccola piscina nella quale si era svegliata, giunsero altre persone. Qualche uomo vestito in modo semplice, una donna dall’abbigliamento decisamente più patrizio e dei bambini che la guardavano incuriositi. La donna parlò alla ragazza a bassa voce poi fissò negli occhi Piper per qualche istante. Il gelo che provava a causa del contatto della sua pelle umida con l’aria si intensificò. Lo sguardo di quella donna non era per niente quello gentile che credeva che fosse, era lontano dalla sua idea che le civiltà del passato fossero migliori di noi. Di colpo la sua ammirazione per loro si sgretolò. Erano identici alle persone del ventunesimo secolo, erano schifosamente banali e non c’era nulla di nobile in quegli sguardi. Forse qualcuno che aveva scritto raccontandone (e che faceva parte di quella società) aveva addolcito descrizioni e aveva cercato (con successo) di far apparire ricche in spirito quelle persone. Ma uno sguardo come quello di quella donna non aveva niente di dolce, neanche lontanamente. Mentre pensava a queste cose due mani le si infilarono sotto le ascelle e la sollevarono di peso spaventandola. Erano mani forti, callose e fredde. Due schiavi l’avevano presa e la stavano portando via sotto lo sguardo attento e quasi divertito della donna che li comandava. La consegnarono alla ragazza che aveva dato l’allarme e che ora si doveva occupare di lei. La prese per il braccio saldamente e la trascinò in una stanza che sembrava più una stalla. Le strappò i vestiti e la lasciò lì ad asciugare al fuoco mentre lei se ne andava in un’altra stanza. Quando tornò aveva in mano delle vesti come le sue e le disse di indossarle. Piper pensò che rispondendo avrebbe in qualche modo stupito la giovane schiava ma non fu così. Non c’era niente di speciale nel parlare nella lingua che parlavano tutti. Indossò le vesti e si guardò abbassando la testa. Ora non c’era più nulla di speciale nemmeno in lei.
Piper aveva ancora i capelli umidi e stava cercando di asciugarli vicino al fuoco ma immediatamente le fu ordinato di recarsi dalla sua nuova padrona. Entrò nella stanza in cui si trovava e la vide splendida, voltata verso una finestra a guardare il panorama.
“Sei la nuova schiava, lo sai?”
“Lo so.”
Rispose Piper abbassando lo sguardo. In quell’abito si sentiva umiliata.
“Farai quello che ti si dice e non ti lamenterai.”
“Sì padrona.”
L’umiliazione procedeva e Piper sapeva per quale motivo la donna era rivolta verso la finestra. Sapeva che stava ridendo, sapeva che infondo ne godeva.
Di colpo una grande nostalgia la assalì. Avrebbe voluto abbracciare i suoi genitori, le sue sorelle, il suo piccolo carlino. Invece era lì, in quella casa. In quel momento stava odiando tutto ciò che aveva sempre amato. Non sapeva che le cose sarebbero soltanto peggiorate.
Passò una settimana, la più faticosa settimana che potesse immaginare. Sollevò pesi di gran lunga maggiori di quanto avesse mai sollevato prima, massaggiò il corpo di quell’arpia che l’aveva schiavizzata, le versò acqua calda nella vasca e la lavò, pulì, aiutò in cucina e fece mille altre cose. Ogni sera andava a dormire con la schiena a pezzi e il morale messo ancora peggio. Nelle poche ore che le erano concesse per riposare sognava di tornare a casa, nel suo tempo. Avrebbe venduto l’anima al diavolo pur di rivedere i suoi cari e i suoi amici. Senza pensarci, una notte, si svegliò e iniziò a pregare. Il latino era ormai entrato nella sua mente e la preghiera, imparata da piccola venne automaticamente tradotta in quell’antica lingua. Era una preghiera rivolta a Maria. Sarebbe stato l’inizio della sua sofferenza.
“Gesù, vi dico che ha nominato Gesù!”
La ragazza stava parlando sommessamente con i due schiavi che avevano portato via Piper dall’impluvium (la piccola piscina che serviva per raccogliere l’acqua piovana). Un occhio di Piper si aprì faticosamente e li vide vicini alla porta. Stavano bisbigliando qualcosa e la guardavano. Che cosa stava succedendo? Perché quei due erano lì? Smise di porsi domande inutili nel cuore della notte. Si riaddormentò girandosi sul fianco destro. Pochi istanti dopo (o forse anche un’ora, durante il sonno la cognizione del tempo è tutt’altro che precisa) si sentì sollevare dalle stesse mani che una settimana prima l’avevano consegnata alla schiavitù. Si svegliò spaventata e gridò. Un colpo forte alla testa le chiuse la bocca facendole morsicare la lingua. Quando riprese i sensi era al cospetto della sua padrona e accanto a lei un uomo dallo sguardo ancora meno umano di quello della donna stava impettito. Indossava un’armatura che gli copriva il petto e sotto quell’armatura una tunica rossa. Doveva essere un militare parecchio importante e le parti scoperte del suo corpo erano come le pagine di un libro che raccontava le sue numerose battaglie tramite il linguaggio delle cicatrici.
“Hai pregato Gesù.”
Disse l’uomo. Ecco perché era lì, ecco per quale motivo l’avevano portata da loro. Piper iniziò a tremare, non fu certo un segno di innocenza. Se in una qualsiasi aula di tribunale il colpevole di un omicidio avesse iniziato a tremare alla prima accusa sarebbe stato creduto immediatamente responsabile del delitto. Quello però non era un omicidio, quello che aveva fatto era recitare un’Ave Maria per consolare il suo cuore ormai distrutto dalla schiavitù. Non poteva neanche essere considerato peccato eppure…eppure era lì, già giudicata. Brucia all’inferno Ted Bundy. Non vedeva come altra soluzione se non quella di dire la verità.
“Sì, l’ho fatto. Ho pregato anche sua madre, la vergine Maria.”
“Tu non esisti, lo sai?”
Disse l’uomo. Non aveva considerato neanche una parola che era uscita dalla bocca di Piper, era come se non avesse mai parlato. Piper sapeva di non esistere, era piombata in un mondo che non era suo, sapeva come sarebbe andata a finire. Le lacrime le scesero dagli occhi. Sentì il loro sapore salato quando giunsero alla sua bocca.
“Nel tuo cuore c’è Gesù?”
Chiese l’uomo sogghignando.
Piper non rispose.
L’uomo ripeté
“Nel tuo cuore c’è Gesù??”
Ancora nessuna risposta.
Domandò per la terza volta e Piper si sentì come Pietro. Sarebbe stata zitta e avrebbe rinnegato per la terza volta oppure avrebbe detto di sì?
“NEL TUO CUORE C’E’ GESU’??”
Gridò l’uomo portando la mano alla spada che teneva nel fodero.
“SI!!!”
Rispose Piper a gran voce. Un gallo cantò, era quasi giunta la mattina.
L’uomo fece un gesto e due schiavi portarono Piper a lui.
“Legatela al tavolo.”
Ordinò. Loro eseguirono.
L’uomo si avvicinò con il pugnale alla mano. Tagliò la tunica bianca sul petto. La punta fredda della lama le mise la pelle d’oca. Poi il freddo fu sostituito da un calore denso e liquido che colava sul lato sinistro del suo corpo scendendo fino a toccare il tavolo. Un colpo di dolore e il freddo della lama le entrarono dentro, appena sotto il cuore. Perse conoscenza. Quando la riprese era ancora su quel tavolo e non credeva a quello che stava vedendo. Era impossibile che fosse ancora viva, come diavolo faceva ad essere ancora su quel tavolo mentre guardava quell’abominio di uomo che reggeva in mano il suo cuore? Era il suo, non c’erano dubbi, era ancora attaccato all’arteria principale e vide chiaramente un colpo di pugnale reciderla. Vide l’uomo che osservava nel cuore e lo sentì urlare lontanissimo:
“NON C’E’ GESU’ NEL TUO CUORE!”
D’un tratto si sentì sollevare, come se stesse levitando sdraiata. Era impaurita. Tentò di voltarsi e vide sé stessa su quel tavolo brutalmente martoriata. Stava volando verso il cielo ma non poteva, non voleva, non era quella la fine che doveva fare! Gridò. Un urlo straziante che non aveva avuto modo di emettere nemmeno con la lama nel petto. Urlò così forte che dovette chiudere gli occhi, così a lungo che non seppe per quanto, forse per quasi duemila anni.
Si ritrovò in una camera d’ospedale. Il suo insegnante era lì, accanto a lei e le teneva la mano. C’erano anche i genitori, avevano fatto un lungo viaggio non appena avevano saputo del malore della figlia. La loro primogenita era piombata in un coma profondo ed era un miracolo che si fosse svegliata.
Guardò suo padre negli occhi pieni di lacrime e gli disse che voleva tornare a casa.
Lui le strinse la mano e annuì. Piper seppe che c’era ancora amore nel mondo.

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