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IL PARCO

Non vedevo l’ora di andare a quel nuovo grande parco di divertimenti, ero ancora piccolo ed era la prima volta che i miei mi portavano in un luogo così. Le mie aspettative erano altissime, soprattutto per via dei racconti continui dei miei amici che erano già stati in qualche parco di divertimenti. Quando arrivammo parcheggiammo la macchina in un prato, non era un vero e proprio parcheggio asfaltato. Successivamente ci dirigemmo verso la biglietteria e papà mostrò dei buoni che aveva ricevuto al lavoro, li avevano dati a tutti gli operai e lui era il primo ad usufruirne. La cassiera aveva un’aria stanca e svogliata in contrasto con il bellissimo ingresso che ci trovavamo davanti. La faccia enorme di un pagliaccio conteneva un ragazzo che ci aspettava per strappare i biglietti. Stranamente eravamo gli unici visitatori ma pensai che qualcuno fosse già dentro e che noi fossimo arrivati molto dopo l’apertura.
“Buongiorno e benvenuti.” Disse il ragazzo in tono monocorde. Dovevano aver avuto un brutto inizio di giornata il ragazzo all’ingresso e la cassiera. Non ci pensai molto e insieme a mia sorella mi diressi verso l’interno del parco. I nostri genitori si tennero un po’ a distanza ma tenendoci sotto controllo. Eravamo troppo piccoli per le montagne russe così passammo direttamente ai percorsi interattivi. La cosa strana era che per ogni attrazione c’era una lunga fila di persone che stavano in silenzio e con le facce tristi. Metteva i brividi sentire soltanto il rumore delle ruote sui binari dell’ottovolante o il movimento delle altre giostre. Nessuna musica faceva di sottofondo, nessuna parola veniva pronunciata dalle migliaia di persone che salivano tristemente sulle attrazioni, scendevano e si mettevano in coda da un’altra parte. Non si provava gioia in quel parco nemmeno quando passò il clown che doveva essere la mascotte. Avevo sentito che le mascotte dei parchi erano sempre allegre ma questa non lo era. Fumava una sigaretta che per poco non incendiava i suoi grossi guanti. La sua grossa faccia identica a quella dell’ingresso assumeva espressioni proprie. Non era un costume come poteva essere topolino, era una vera faccia. Non tentai neanche di avvicinarmi, la sua tristezza era contagiosa. Ci allontanammo e ci infilammo in una delle file per un trenino panoramico. Mio padre chiese all’uomo che avevamo davanti a che ora chiudesse il parco e se era possibile uscire prima visto che a noi non piaceva.
“Oh, il parco è chiuso da decenni ormai. Per quanto riguarda l’uscita se la scordi. L’unico modo per rivedere il mondo esterno è salire sulle giostre. Dall’alto, per un secondo, potrà vedere la vita. Da qui non si esce.”
A quelle parole iniziammo a piangere. Quella gente stava facendo la fila soltanto per vedere il mondo esterno al parco; un parco chiuso da decenni ma ancora in funzione. Era impossibile. Ci dirigemmo tutti e quattro verso una palizzata in bamboo che delimitava il confine del parco. Mio padre estrasse il seghetto dal suo coltellino svizzero e iniziò a tagliare il duro legno. Arrivò sera, si era più volte dato il cambio con la mamma e alla fine aveva tagliato un tronco del diametro di almeno venti centimetri. Venne notte fonda quando riuscì a tagliarne un altro. Io e mia sorella ci infilammo e sgattaiolammo fuori. Mamma e papà tagliarono ancora fino al mattino. Avevano le mani piene di bolle sanguinanti e di calli. Passarono a fatica attraverso il varco che si erano creati; prima mamma e poi papà. Eravamo salvi ma lo stesso non poteva dirsi per le povere persone condannate a guardare la vita vera dalla cima di una giostra di quel girone infernale.

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